Aeroporti e voli in estate: come cambia la qualità dell’aria negli ambienti di viaggio
L’estate è la stagione dei grandi spostamenti. Più partenze, più voli, più persone concentrate negli stessi luoghi e spesso per periodi più lunghi del previsto. Nei terminal aeroportuali, tra check-in, controlli, gate affollati, ritardi e coincidenze, i flussi cambiano rapidamente e gli impianti lavorano in condizioni particolarmente impegnative.
I terminal sono ambienti chiusi ad alta densità di occupazione, caratterizzati da affollamento variabile, continui scambi con l’esterno e molteplici possibili fonti di contaminanti.
Ed è qui che nasce un equivoco comune: sentire fresco non significa necessariamente respirare aria salubre. Un ambiente climatizzato può essere confortevole e, allo stesso tempo, presentare accumuli di CO₂, particolato fine, composti organici volatili o criticità nella ventilazione.
Le domande da porsi, quindi, sono semplici: “Che aria respiriamo davvero durante il viaggio, dal terminal alla cabina?”, “E cosa cambia quando caldo, affollamento e carichi operativi mettono sotto pressione gli impianti?“.
In questo articolo ci soffermeremo soprattutto sulla qualità dell’aria indoor negli aeroporti e sulle strategie per migliorarla attraverso monitoraggio in tempo reale, corretta gestione degli impianti di trattamento e ricircolo dell’aria e, quando necessario, ispezione, pulizia e bonifica dei canali aeraulici.
Indice
- Perché la qualità dell’aria negli aeroporti è una sfida particolare
- IAQ Aeroporti: perché aria fresca e aria salubre non sono la stessa cosa
- Cosa cambia nei terminal durante l’estate
- CO₂, particolato e VOC: quali sono le fonti di inquinamento indoor negli aeroporti?
- Cabina aerea e terminal: dove l’aria è più controllata?
- Come monitorare davvero la qualità dell’aria in aeroporto
- Impianti HVAC e canali aeraulici: quando il sistema diventa decisivo
- Dai dati alle azioni: una strategia concreta
- La qualità dell’aria non si presume: si verifica
- FAQ – Domande Frequenti sulla qualità dell’aria negli aeroporti
Prima di proseguire, leggi anche: “Acqua, Aria e Salubrità Indoor”.
Perché la qualità dell’aria negli aeroporti è una sfida particolare
Un terminal non è semplicemente un grande edificio con l’aria condizionata. È un ambiente indoor complesso, suddiviso in zone con funzioni molto diverse, attraversato da flussi di persone discontinui e in continuo rapporto con l’esterno.
Check-in, controlli, gate, lounge, aree commerciali, ristorazione, ritiro bagagli. Migliaia di persone si spostano, sostano e si concentrano in punti diversi nell’arco della stessa giornata.
Nell’estate 2026 il traffico aereo europeo è previsto ancora in crescita: secondo EUROCONTROL, l’aumento medio potrebbe essere del 2% rispetto all’estate 2025, con settimane fino al +5,1% e giornate di picco vicine ai 37.000 voli.
Più traffico non significa automaticamente peggiore qualità dell’aria. Significa però terminal più sollecitati, flussi più concentrati e condizioni operative capaci di cambiare rapidamente.
Da cosa dipende la qualità dell’aria in un terminal?
La qualità dell’aria negli aeroporti può essere influenzata contemporaneamente da:
- numero e distribuzione degli occupanti;
- ricambio di aria esterna e qualità dell’aria aspirata;
- efficienza della filtrazione;
- condizioni igieniche e manutentive degli impianti HVAC;
- apertura di porte, varchi e collegamenti con l’esterno;
- attività airside, traffico veicolare e mezzi di servizio;
- aree commerciali, ristorazione e prodotti per la pulizia;
- materiali, arredi e sorgenti interne di VOC;
- temperatura e umidità.
La vera difficoltà è che questi fattori non restano costanti.
Affollamento e tempo di permanenza cambiano il profilo dell’aria
Crowding e dwell time, cioè affollamento e tempo di permanenza, possono variare sensibilmente da un punto all’altro del terminal.
Alle 6 del mattino un’area può essere quasi vuota. Due ore dopo può trovarsi sotto pressione. Una sala d’imbarco cambia densità in pochi minuti; un ritardo può concentrare persone dove, poco prima, il carico era molto più basso.
Non è solo teoria.
Uno studio pubblicato su Sensors, basato sul monitoraggio in tempo reale di aree terminal, ha osservato una relazione significativa tra flussi dei passeggeri e andamento di alcuni contaminanti gassosi, tra cui VOC, gas odorigeni e CO₂ equivalente. Il livello di attività risultava tra i principali fattori associati alle variazioni rilevate. Se questo vale per gli elementi gassosi, sicuramente esiste una correlazione analoga anche fra flussi di passeggeri e contaminanti microbiologici che proprio dalle persone possono essere veicolati.
Tradotto: quando cambia il modo in cui il terminal viene occupato, può cambiare anche il profilo della sua aria.
Ed è proprio questo che una gestione basata solo su orari fissi o condizioni medie rischia di non vedere.
IAQ Aeroporti: perché aria fresca e aria salubre non sono la stessa cosa
Il primo equivoco da chiarire è semplice: un ambiente fresco non è automaticamente un ambiente salubre.
La temperatura può essere gradevole, gli odori poco percepibili e il flusso d’aria apparentemente regolare. Eppure possono essere presenti particolato fine, VOC, contaminanti provenienti dall’esterno o condizioni di ventilazione e distribuzione dell’aria da approfondire.
Il comfort termico si percepisce. La qualità dell’aria, molto spesso, no.
Vedere 22 °C sul display dell’impianto non basta a dire che tutto sia sotto controllo.
Cosa si intende per aria salubre?
In termini generali, un’aria salubre è un’aria in cui contaminanti fisici, chimici e biologici non raggiungono concentrazioni tali da rappresentare un rischio significativo per la salute.
Tra i principali parametri e contaminanti da considerare possono rientrare:
- particolato fine e ultrafine;
- ozono;
- ossidi di azoto e di zolfo;
- composti organici volatili (VOC);
- monossido di carbonio;
- CO₂, da interpretare in rapporto a occupazione e ventilazione;
- bioaerosol e contaminanti biologici, quando pertinenti al contesto.
Negli aeroporti la questione assume un’importanza particolare perché passeggeri e personale possono trascorrere molte ore negli stessi ambienti, con livelli di esposizione che cambiano in funzione della zona, dell’affollamento, delle sorgenti presenti e dell’efficienza degli impianti.
La CO₂ è utile, ma da sola non racconta tutta la storia
In un ambiente affollato, la concentrazione di anidride carbonica può fornire informazioni utili sul rapporto tra occupazione e ventilazione.
Ma attenzione alle semplificazioni.
L’ASHRAE chiarisce che la CO₂ indoor non rappresenta, da sola, un indicatore complessivo della qualità dell’aria. Il dato deve essere interpretato considerando il tipo di spazio, il numero di occupanti, la ventilazione, le variazioni nel tempo e tra zone diverse, oltre alla qualità e al posizionamento dei sensori.
In altre parole:
- una CO₂ bassa non significa automaticamente “aria perfetta”;
- una CO₂ elevata non descrive da sola tutte le condizioni dell’ambiente.
Il dato va letto nel contesto. Ed è proprio per questo che un aeroporto richiede un approccio multiparametrico, capace di mettere in relazione più indicatori e condizioni operative.
Cosa cambia nei terminal durante l’estate?
L’estate rende più complessa la gestione della qualità dell’aria nei terminal. Non solo per il caldo esterno, ma per la combinazione tra picchi di traffico, tempi di permanenza più lunghi e maggiori carichi sugli impianti HVAC.
Picchi di affluenza e permanenze più lunghe
Nei periodi di maggiore traffico aumenta la pressione su check-in, controlli di sicurezza, gate, aree commerciali e ritiro bagagli.
Ma non conta soltanto il numero totale di passeggeri. Conta:
- dove si concentrano;
- quanti sono nello stesso momento;
- per quanto tempo restano nello stesso spazio.
Un’area può passare rapidamente da una bassa occupazione a un forte affollamento. A questo si aggiungono code, cambi gate, ritardi e congestione ai controlli, che possono prolungare i tempi di attesa.
Dal punto di vista IAQ non è un dettaglio: più persone concentrate più a lungo nello stesso spazio significano un carico diverso da gestire.
Ogni occupante contribuisce al carico termico e all’umidità dell’ambiente ed emette CO₂ e bioeffluenti. La vera sfida è quindi la capacità del sistema di adattarsi a condizioni che possono cambiare in pochi minuti.
Gli impianti HVAC devono gestire più variabili insieme
Durante le giornate calde, gli impianti devono garantire il comfort termico e, a seconda della configurazione, gestire contemporaneamente:
- apporto di aria esterna;
- ricircolo;
- filtrazione;
- distribuzione dell’aria;
- temperatura e umidità relativa.
Percepire un netto sollievo rispetto ai 35 °C esterni non significa però che ogni parametro IAQ sia sotto controllo.
Allo stesso modo, far circolare più aria non basta. Se il sistema non è adeguato al carico reale o distribuisce l’aria in modo non uniforme, aumentare la movimentazione non significa necessariamente migliorarne la qualità; se poi l’aria è anche significativamente inquinata, l’aumento della movimentazione aerea peggiora la situazione.
Il ricircolo dell’aria peggiora la qualità dell’aria?
Non necessariamente.
Il ricircolo non è, di per sé, sinonimo di aria contaminata. Un sistema correttamente progettato e gestito può integrare aria esterna, ricircolo e filtrazione in modo efficace.
La criticità nasce quando il funzionamento reale dell’impianto non è più coerente con le condizioni dello spazio. Può accadere, ad esempio, quando:
- l’apporto di aria esterna non è adeguato al carico reale;
- la filtrazione presenta limiti, problemi di manutenzione o di tenuta;
- alcune zone sono servite in modo non uniforme;
- le logiche di regolazione non seguono le variazioni dell’occupazione;
- i sensori sono assenti, mal posizionati o interpretati senza considerare il contesto.
In estate il tema diventa più delicato perché aumentare l’aria esterna può incidere sui carichi termici e, in determinate condizioni, sulla gestione dell’umidità.
La risposta, quindi, non è semplicemente “più ricircolo” o “più aria esterna”, ma trovare un equilibrio tra ventilazione, filtrazione, distribuzione e capacità reale dell’impianto.
Muovere aria non equivale a controllarla.
CO₂, particolato e VOC: quali sono le fonti di inquinamento indoor negli aeroporti?
La qualità dell’aria indoor di un aeroporto nasce dall’interazione tra sorgenti interne, aria esterna, occupazione e funzionamento del sistema HVAC.
Le possibili fonti sono numerose e legate alle attività quotidiane dello scalo:
- cicli di atterraggio e decollo degli aeromobili;
- operazioni di gestione e manutenzione;
- attrezzature e macchinari di supporto a terra;
- veicoli per il trasporto dei passeggeri;
- operazioni di carico e scarico di bagagli e merci;
- attività di gestione dei rifiuti;
- bar, ristoranti e altri esercizi commerciali;
- prodotti e attività di pulizia e manutenzione degli ambienti.
Non tutte incidono allo stesso modo in ogni area. Ed è proprio questo il punto: un terminal non è un ambiente uniforme.
CO₂ e bioeffluenti legati all’occupazione
Quando molte persone condividono uno spazio, la CO₂ prodotta dalla respirazione aumenta. Osservarne l’andamento nel tempo può aiutare a individuare aree in cui il rapporto tra occupazione e ventilazione merita attenzione.
Il dato diventa più utile se correlato a flussi dei passeggeri, orari dei voli, apertura dei gate, code, ritardi, portate d’aria e modalità operative dell’impianto.
È qui che un numero smette di essere un semplice valore sul display e diventa informazione operativa.
Particolato fine e ultrafine
PM1, PM2.5 e PM10 possono avere origini diverse. Una parte può essere generata o risollevata all’interno; un’altra può provenire dall’esterno e penetrare attraverso prese d’aria, porte, varchi e altri scambi con l’ambiente circostante.
Uno studio condotto nei terminal dell’aeroporto di Tianjin ha evidenziato la complessità del rapporto tra sorgenti interne ed esterne e la presenza di variazioni stagionali nel contributo al particolato indoor.
Per un aeroporto è un aspetto centrale: l’edificio non vive in una bolla.
VOC e contaminanti gassosi
I composti organici volatili possono essere associati a numerose sorgenti, tra cui:
- prodotti per la pulizia;
- attività di manutenzione;
- materiali e arredi;
- esercizi commerciali;
- preparazione degli alimenti;
- processi e sorgenti esterne.
A questi possono aggiungersi, a seconda dell’area e del contesto, contaminanti collegati alle attività airside e al traffico veicolare.
Ecco perché parlare genericamente di “inquinamento dell’aeroporto” serve fino a un certo punto. La domanda davvero utile è più precisa: “quale contaminante, in quale zona, in quale momento e in quali condizioni operative?”.
Cabina aerea e terminal: dove l’aria è più controllata?
Molti viaggiatori guardano con sospetto soprattutto la cabina dell’aereo: uno spazio piccolo, chiuso e densamente occupato. Il terminal, invece, viene spesso percepito come meno problematico perché ampio, climatizzato e apparentemente più “aperto”.
Dal punto di vista impiantistico, però, il confronto è più articolato.
Cabina e terminal sono entrambi ambienti indoor ad alta frequentazione, ma funzionano secondo logiche molto diverse. La prima dispone di sistemi di ventilazione progettati specificamente per l’aeromobile; il secondo deve gestire zone, flussi e carichi operativi molto più variabili.
| Aspetto | Cabina aerea | Terminal aeroportuale |
| Ventilazione | Sistema progettato specificamente per l’aeromobile e l’ambiente di volo | Dipende dall’edificio, dalle zone servite e dalla configurazione HVAC |
| Filtrazione | La maggior parte degli aeromobili moderni utilizza filtri HEPA | Prestazioni variabili in base a progetto, classe dei filtri, manutenzione e condizioni operative |
| Ricambio dell’aria | Frequente e regolato dal sistema di bordo | Variabile tra aree, livelli di occupazione e modalità di funzionamento |
| Occupazione | Elevata ma relativamente prevedibile | Fortemente variabile nel tempo e nello spazio |
| Sorgenti di contaminanti | Passeggeri, materiali, attività di bordo e specifiche condizioni operative | Passeggeri, negozi, ristorazione, pulizie, manutenzioni, traffico, attività airside e aria esterna |
| Rapporto con l’esterno | Gestito dal sistema aeronautico | Continuo attraverso ingressi, varchi, gate e prese d’aria |
Nei moderni aeromobili l’aria viene rinnovata ogni 3-5 minuti e la maggior parte dei velivoli utilizza filtri HEPA, creando condizioni di ventilazione relativamente stabili.
Questo non elimina ogni criticità, ma indica un sistema più standardizzato.
Il terminal, invece, è più variabile: può passare rapidamente da condizioni normali a forte affollamento, con flussi influenzati da ritardi, aperture di gate e continui scambi con l’esterno. A ciò si aggiungono grandi volumi, superfici vetrate e funzioni diverse.
Il risultato è un paradosso: il luogo che sembra più aperto può essere quello più difficile da controllare.
Come monitorare davvero la qualità dell’aria in aeroporto
La risposta non è installare un sensore di CO₂ in un punto qualsiasi e considerare chiuso il problema.
Un programma efficace di monitoraggio della qualità dell’aria indoor deve partire dalle caratteristiche reali del terminal: dimensioni, funzioni delle diverse aree, flussi di persone, sorgenti presenti e modalità operative degli impianti.
Negli aeroporti il monitoraggio e il campionamento dell’aria indoor assumono un valore particolare non solo per i passeggeri, ma anche per il personale che trascorre molte ore ogni giorno negli stessi ambienti.
Per questo, nei contesti più complessi, può essere utile adottare sistemi di rilevazione continua o a brevi intervalli, capaci di restituire un quadro più rappresentativo delle variazioni nel tempo e di individuare criticità che una misura occasionale potrebbe non intercettare.
Quali parametri controllare?
La selezione dipende dalla valutazione del rischio aeraulico e dal contesto, ma può comprendere:
- CO₂, utile per analizzare il rapporto tra occupazione e ventilazione;
- PM1, PM2.5 e PM10, per il particolato;
- VOC o TVOC, per rilevare variazioni dei composti organici volatili;
- NO₂ e altri gas specifici, quando le sorgenti lo giustificano;
- Microclima, temperatura, umidità relativa e indici di comfort, per le condizioni microclimatiche;
- dati di occupazione e flussi di persone;
- parametri operativi dell’impianto HVAC.
La vera svolta arriva quando questi dati vengono correlati.
Un picco di CO₂ alle 14:00, isolato dal contesto, offre informazioni limitate. Lo stesso picco, associato all’apertura di più gate, all’aumento dell’occupazione e a una determinata modalità di funzionamento dell’UTA, può invece aiutare a comprendere cosa sta accadendo.
Il valore del monitoraggio non sta solo nel misurare. Sta nel mettere in relazione.
Il caso di Roma-Fiumicino: sensori e dati per leggere l’aria indoor
Un esempio attuale arriva dall’aeroporto di Roma-Fiumicino. Nell’ambito del progetto OASIS, ENEA, sta portando avanti con Aeroporti di Roma e altri partner un programma di monitoraggio dell’inquinamento indoor finalizzato alla tutela di passeggeri e lavoratori.
In alcuni ambienti dello scalo sono stati installati strumenti avanzati e sensori IoT che rilevano particolato, VOC e parametri microclimatici.
Il sistema integra inoltre sensori di movimento per studiare i flussi di persone e tecniche sperimentali per analizzare la dispersione e le possibili aree di accumulo degli aerosol. I dati raccolti vengono studiati anche attraverso modelli predittivi basati sull’intelligenza artificiale.
È un segnale importante: la qualità dell’aria nei grandi ambienti complessi non si gestisce più soltanto con misure occasionali, ma attraverso dati distribuiti nello spazio e nel tempo, capaci di intercettare variazioni che una media giornaliera rischia di nascondere.
Impianti HVAC e canali aeraulici: quando il sistema diventa decisivo
Il monitoraggio dell’aria dice cosa sta succedendo.
L’ispezione dell’impianto aiuta a capire perché.
Ed è qui che la gestione dei sistemi HVAC diventa centrale. Un grande aeroporto può comprendere reti estese di condotte, più UTA, circuiti di mandata e ripresa, filtri, batterie di scambio, sistemi di drenaggio, serrande e componenti difficilmente accessibili.
Pensare che tutto sia sotto controllo perché “l’aria esce dalle bocchette” è una semplificazione pericolosa. Le condizioni delle componenti che trattano e distribuiscono l’aria contano quanto il flusso percepito negli ambienti.
Quali criticità possono svilupparsi negli impianti?
Polvere e altri materiali possono depositarsi su componenti e superfici interne. Se a questi si associano umidità anomala, condensa, infiltrazioni o problemi di drenaggio, aumenta il rischio di crescita microbiologica e di contaminazioni localizzate.
Questo non significa che ogni condotta sia contaminata o che il caldo estivo produca inevitabilmente muffe, ma che depositi e umidità sono una combinazione da non sottovalutare, soprattutto in presenza di criticità manutentive.
Tra le condizioni da approfondire possono rientrare:
- accumuli di polvere, detriti e materiali depositati;
- presenza persistente di umidità;
- ristagni o problemi nel drenaggio della condensa;
- contaminazioni fungine o microbiologiche localizzate;
- corrosione e degrado di componenti;
- filtri non correttamente installati, saturi o con problemi di tenuta;
- anomalie nella distribuzione dell’aria.
Un discorso specifico riguarda la Legionella negli impianti HVAC. Il rischio non va attribuito genericamente alle condotte dell’aria, ma valutato nei sistemi e dispositivi che utilizzano o nebulizzano acqua, quando presenti: per esempio torri di raffreddamento e condensatori evaporativi, umidificatori o air washer.
Cosa dovrebbe essere verificato?
In funzione della configurazione dell’impianto, l’attenzione può riguardare:
- prese di aria esterna;
- stato, tenuta e corretta installazione dei filtri;
- unità di trattamento aria;
- batterie di scambio termico;
- vasche e sistemi di drenaggio della condensa;
- sezioni di umidificazione, se presenti;
- condotte di mandata e ripresa;
- serrande, griglie e terminali;
- presenza di depositi, umidità o corrosione;
- contaminazioni localizzate;
- coerenza tra utilizzo reale degli spazi e funzionamento dell’impianto.
In Italia, la Procedura operativa per la valutazione e gestione dei rischi correlati all’igiene degli impianti di trattamento aria, oggetto dell’Accordo in Conferenza Stato-Regioni del 7 febbraio 2013, rappresenta un riferimento per la valutazione dei requisiti igienici e per l’individuazione degli interventi manutentivi, di pulizia o sanificazione necessari.
La gestione igienica dell’impianto non si esaurisce quindi nella pulizia di un singolo componente. Deve integrare controlli sullo stato dei filtri, delle condotte, delle batterie di scambio e dei sistemi di drenaggio, insieme a ispezioni tecniche e verifica delle prestazioni.
L’obiettivo è individuare anomalie, accumuli, problemi di umidità o malfunzionamenti prima che si trasformino in criticità più estese.
Perché ispezione e videoispezione vengono prima della bonifica
Una bonifica professionale non dovrebbe partire dalla frase: “È passato un anno, sanifichiamo.” Dovrebbe partire da una valutazione.
L’ispezione visiva, l’ispezione tecnica, la videoispezione dei tratti non direttamente accessibili e, quando il quadro lo richiede, campionamenti mirati consentono di distinguere tra:
- manutenzione ordinaria;
- criticità localizzata;
- problema di filtrazione;
- anomalia nella distribuzione;
- contaminazione da approfondire;
- effettiva necessità di pulizia o bonifica.
La differenza è enorme.
Intervenire senza diagnosi può significare spendere molto e capire poco.
Dai dati alle azioni: una strategia concreta per i terminal aeroportuali
Per gestire la qualità dell’aria in un terminal serve superare l’approccio emergenziale.
Aspettare il cattivo odore, l’accumulo visibile di sporco o l’aumento delle segnalazioni significa intervenire quando il problema è già percepibile. Una strategia più efficace integra invece monitoraggio, ispezione e interventi basati sulle condizioni reali.
Il percorso può essere organizzato in sei passaggi.
1. Mappare le zone realmente critiche
Il terminal non va trattato come un unico ambiente.
Check-in, controlli di sicurezza, gate, lounge, ristorazione, baggage claim e aree di transito presentano profili di occupazione, sorgenti e condizioni operative differenti.
2. Monitorare sia la normalità sia i picchi
Una misura eseguita alle 10:00 di un martedì tranquillo non descrive necessariamente ciò che accade alle 17:00 di un sabato di agosto.
Servono dati rappresentativi delle condizioni reali, comprese le fasi di maggiore affluenza e le anomalie operative.
3. Correlare IAQ, occupazione e funzionamento degli impianti
I dati acquistano valore quando vengono messi in relazione.
Flussi di passeggeri, apertura dei gate, ritardi, CO₂, particolato, VOC, portate d’aria e modalità operative dell’HVAC possono contribuire a ricostruire pattern che una semplice media giornaliera nasconde.
Il progetto OASIS a Fiumicino segue proprio una logica integrata, combinando monitoraggio degli inquinanti, studio dei flussi di persone e analisi della distribuzione degli aerosol.
4.Verificare e ispezionare il sistema aeraulico
Quando i dati mostrano anomalie, o quando lo storico manutentivo non offre sufficienti garanzie, occorre verificare cosa accade nell’impianto.
La videoispezione dei canali può documentare condizioni interne altrimenti invisibili e indirizzare gli approfondimenti verso le aree realmente critiche.
Prima si osserva. Poi si decide.
5. Intervenire sulla causa, non sul sintomo
L’azione dipende da ciò che è stato rilevato:
- regolazione della ventilazione;
- riequilibrio della distribuzione;
- revisione della filtrazione;
- manutenzione dei componenti;
- risoluzione di problemi di umidità o drenaggio;
- pulizia meccanica;
- bonifica mirata, quando effettivamente necessaria.
Non esiste un trattamento universale valido per ogni anomalia.
E soprattutto, pulizia e disinfezione non sono sinonimi né passaggi da applicare automaticamente a ogni impianto: devono rispondere a una condizione verificata e a un obiettivo tecnico preciso.
6. Verificare il risultato
Dopo l’intervento si misura di nuovo.
Si confrontano dati, condizioni operative e risultati dell’ispezione. Si verifica se la criticità è stata realmente rimossa o ridotta e se il sistema risponde meglio ai carichi effettivi.
Altrimenti si è svolta un’attività.
Ma non si è dimostrato il risultato.
È questo il passaggio da una manutenzione reattiva a una gestione consapevole della qualità dell’aria: non intervenire perché “si è sempre fatto così”, ma costruire un ciclo continuo di misura, diagnosi, azione e verifica.
La qualità dell’aria non si presume: si verifica
In aeroporto tutto è misurato: tempi di imbarco, flussi, bagagli, ritardi, consumi, temperature.
E l’aria?
Migliorare la qualità dell’aria negli aeroporti è possibile, ma non basta che l’ambiente sia fresco o privo di cattivi odori. Servono dati, controlli e una conoscenza reale di ciò che accade negli ambienti e nelle parti non visibili degli impianti.
Per questo un percorso efficace parte dal monitoraggio IAQ, prosegue con ispezioni e videoispezioni mirate e porta solo dopo alla scelta degli interventi realmente necessari.
Quando queste informazioni mancano, il problema non è necessariamente avere già una contaminazione.
Il problema è non sapere.
Firotek affianca le strutture complesse e ad alta affluenza nella valutazione degli impianti aeraulici, attraverso monitoraggio, ispezioni, videoispezioni e interventi definiti sulla base delle criticità effettivamente riscontrate.
Prima del prossimo picco operativo, verifica come risponde davvero il tuo sistema quando l’aeroporto è sotto carico.
FAQ – Domande Frequenti sulla qualità dell’aria negli aeroporti
Che aria si respira all’interno di un aeroporto?
La qualità dell’aria varia in base all’affollamento, alla ventilazione, alla filtrazione, alle sorgenti interne, alla qualità dell’aria esterna e alle condizioni degli impianti HVAC. Per questo non può essere valutata dalla sola temperatura percepita.
L’aria condizionata in aeroporto è anche aria pulita?
Non necessariamente. Un ambiente fresco può presentare CO₂ elevata rispetto al suo profilo normale, particolato, VOC o altre criticità. Climatizzazione e qualità dell’aria indoor sono aspetti collegati, ma non equivalenti.
Perché la CO₂ può aumentare nei terminal aeroportuali?
La CO₂ indoor può aumentare quando cresce il numero di occupanti rispetto alla ventilazione disponibile. Nei terminal i flussi cambiano rapidamente, quindi sono importanti sia la concentrazione sia il momento, il luogo e le condizioni in cui viene misurata.
Il ricircolo dell’aria peggiora la qualità dell’aria?
Non automaticamente. Un sistema correttamente progettato e mantenuto può utilizzare il ricircolo insieme ad aria esterna e filtrazione. Le criticità emergono quando ventilazione, distribuzione, filtrazione o condizioni igieniche non sono adeguate al carico reale.
È più controllata l’aria nella cabina dell’aereo o nel terminal?
Sono ambienti molto diversi. La maggior parte degli aeromobili moderni utilizza sistemi specifici di ventilazione e filtrazione HEPA del flusso ricircolato. Nei terminal la variabilità è maggiore perché cambiano occupazione, sorgenti, zone servite e interazioni con l’esterno.
Quali parametri si possono monitorare in un aeroporto?
In base alla valutazione del rischio si possono monitorare CO₂, PM1, PM2.5, PM10, VOC, specifici contaminanti gassosi, temperatura, umidità e dati relativi ai flussi di occupanti e al funzionamento dell’impianto HVAC.
Come si capisce se i canali dell’aria devono essere puliti?
La decisione dovrebbe basarsi su ispezioni visive e tecniche, videoispezioni, stato dei componenti, presenza di depositi o umidità, dati di monitoraggio e, quando necessario, campionamenti mirati. La pulizia non dovrebbe essere decisa solo in base al tempo trascorso dall’ultimo intervento.
Perché il monitoraggio continuo è utile nei terminal?
Perché la qualità dell’aria può cambiare rapidamente con l’affluenza, l’apertura dei gate, le code e le condizioni operative. Una misura isolata rischia di non rilevare i momenti realmente critici.
Fonti e studi
- EUROCONTROL – Air traffic in the European network in summer 2026;
- ENEA – Monitoraggio della qualità dell’aria indoor all’aeroporto di Roma-Fiumicino – 2026;
- Santoro, M., Pierdomenico, M., Caiazzo, L., De Silvestri, L., Scamarcia, A., Messeri, C., Dobriakova, L., Cuscito, F., Stracquadanio, M., La Torretta, T. M. G., Petralia, E., D’Elia, I., Pace, G., Spaziani, F., Proposito, M., Grollino, M. G., Piersanti, A., and Benassi, B. – Indoor aerosol dynamics, composition, and pathway-specific biological responses in human bronchial epithelial cells (BEAS-2B) at Rome Fiumicino International Airport (OASIS Project) – EGU General Assembly 2026;
- Commissione europea CORDIS – Decarbonizzare gli aeroporti europei partendo dalle fondamenta (Progetto OLGA) – 2026;
- ASHRAE – Position Document on Indoor Carbon Dioxide (PDF) – 2025;
- Y. Zhao et al. – Impacts of PM on Indoor Air Quality of Airport Terminal Buildings in a Core City of North China Plain – Aerosol and Air Quality Research, 2023;
- ACI EUROPE – Monitoring of Passenger Flows and Mitigation of Queues and Crowds at Airports (PDF) – 2022;
- EASA – How is air recirculated in the cabin and is it safe? – 2020
- S. Zanni, F. Lalli et al. – Indoor Air Quality Real-Time Monitoring in Airport Terminal Areas: An Opportunity for Sustainable Management of Micro-Climatic Parameters – Sensors, 2018;
- Conferenza Stato-Regioni – Procedura per la valutazione e gestione dei rischi correlati all’igiene degli impianti di trattamento aria (PDF) – 2013;
- NADCA – ACR, The NADCA Standard: 2025 Edition for the Assessment, Cleaning, and Restoration of HVAC Systems.
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"text": "La decisione dovrebbe basarsi su ispezioni visive e tecniche, videoispezioni, stato dei componenti, presenza di depositi o umidità, dati di monitoraggio e, quando necessario, campionamenti mirati. La pulizia non dovrebbe essere decisa solo in base al tempo trascorso dall’ultimo intervento."
}
},
{
"@type": "Question",
"name": "Perché il monitoraggio continuo è utile nei terminal?",
"acceptedAnswer": {
"@type": "Answer",
"text": "Perché la qualità dell’aria può cambiare rapidamente con l’affluenza, l’apertura dei gate, le code e le condizioni operative. Una misura isolata rischia di non rilevare i momenti realmente critici."
}
}
]
}



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